Essendo una vera shopaholic (ovvero una shopping-addicted, se volete un giro di parole) non potevo non parlare, prima o poi, dei negozi che preferisco - che siano a due passi da casa mia o sparsi a giro per l'Europa. Ed essendo la Mancata Parigina per eccellenza non potevo che cominciare da quelli della capitale française. Mano ai portafogli!
No, niente Galéries Lafayettes o Samaritaine o l'onnipresente H&M o Maisons di marche strafamose come Vuitton o Hérmes - ché tanto di indicazioni su quelle ne trovate a bizzeffe in qualunque shop-guide dedicata alla città: le boutiques dove ogni volta mi dissanguerei sono assai meno note. Se imboccate rue Saint-Honoré, per esempio, rischiate di cadere in tentazione ogni tre passi, anche se puntualmente la maggior parte dei prezzi proposti vi annienterà l'ormone dell'acquisto. Lungo la tal via vi sono, infatti, negozi come il leggendario Colette, poutpourri incredibile di articoli d'abbigliamento eccentrici, riviste radical-chic, accessori design e novità gastronomiche, il tutto disposto su tre piani d'ambiente lounge minimale; più avanti lasciatevi fagocitare da Paule Ka - ma solo per rifarvi gli occhi, se considerate che un abito primaverile a mezza coscia arriva a costare qualcosa come 8oo €! Hanno capi talmente raffinati, però, che non si può non farci un giro. Sul lato opposto della strada, alcuni numeri civici più in là, ecco le vetrine di Noriem, etichetta nipponica che raggruppa vari stilisti e che riesce a fare invidia a mostri sacri come Yohji Yamamoto e Issey Miyake (ed è più abbordabile): non si sa come mai, eppure lo stile dei giapponesi si riconosce subito persino nel campo della moda, con quei vestiti asimmetrici, i giochi di lunghezze, le linee ultramoderne e le fantasie che cozzano tra loro. Nella mia beneamata rue Tiquetonne, a due passi dalle Halles, dirimpetto all'omonimo Hotel trovate Out, boutique ad un solo vano completamente piena di pezzi unici cuciti a mano mettendo assieme stoffe diverse tono su tono, e borse e cappelli: io mi ci son comprata un abito splendido color ghiaccio <3. E se poi vi venisse voglia di arrivare fino in rue de Normandie o rue de Rocroy non mancate di occhieggiare il negozio di Estelle Yomeda, le cui scarpe sono la fine del mondo - e della carta di credito. Il giorno in cui ne possiederò un paio non m'importerà più di racimolare delle Marc Jacobs a metà prezzo! (credo)
Vi parrà strano che non mi sprechi a decantare le lodi di boutiques d'abbigliamento parigine... La verità è che ce ne sono talmente tante che nemmeno me le ricordo tutte, né in tutte sono stata, e se andrete di persona ne troverete decine e decine anche senza le mie indicazioni. Queste sono quelle che più caldamente vi raccomando, claro.
Altrettanto - se non più - caldamente vi segnalo i due lochi in cui son stata capace di dilapidare 12o € in elementi commestibili, nonché i negozi che in assoluto preferisco in tutta Parigi: sto parlando di Minamoto Kitchoan e Hédiard, rispettivamente il 17 e il 21 di place de la Madeleine. Il primo è la più stratosferica, libidinosa, elegante e divina patisserie japonaise che conosco; per ogni stagione presenta una 'collezione' differente di dolci, tutti sempre e comunque in confezioni di gran gusto estetico, ed ha un assortimento stupefacente, di altissima qualità. Non mancano mai, ovviamente, tsuya, kasutera, oribenishiki e altri classici del genere, ma sono le variopinte proposte stagionali a mandare in serio visibilio le papille gustative. Provare per credere! Il secondo non è da meno: vasto emporio ricco di thé sfusi d'ogni genere, caffé provenienti da ogni dove, vini francesi in gran quantità, champagnes, oceaniche scorte di conserve, mieli, spezie, olii e frutta secca, formaggi di prima qualità, leccornie salate e finesses di pasticceria e cioccolata. Da perderci la testa, e non scherzo. Capitateci per le compere natalizie e ci pianterete le tende, e poi ne uscirete soddisfatti e con le braccia cariche di buste rosse con sopra l'inconfondibile marchio nero che recita "Hédiard, 1854".
(NB: a forza di parlarne sto scalpitando dalla voglia di tornare à Paris!)
Prima puntata di Shopaholism conclusa. Alla prossima, voilà Bruxelles. È tutto. 
Giusto ieri, in una domenica senza capo né coda (bwaaaaah!) ho avuto occasione di vedere un film che nuovo non è ma che ha le carte in regola per non essere dimenticato: sto cianciando di love actually.
Ve ne ricorderete, credo. Di produzione inglese e con un cast da capogiro, ha avuto un successo strepitoso in patria - e un po' meno, forse, negli USA, vista poi la sottile critica antiamericana brillantemente sfoggiata dalla trama; a giocarsi la scena Hugh Grant (giovane & rampante primo ministro), Colin Firth (scrittore tradito dalla moglie stronza), Liam Neeson (vedovo e patrigno di un ragazzino fantastico), Emma Thompson (moglie a rischio cornificatura), Alan Rickman (il marito tentato dalla bella impiegata), Laura Linney (office lady innamorata ma piena di sfighe familiari), Bill Nighy (rockstar cinquantenne con postumi da eroinomane), Rowan Atkinsons (ultrapreciso commesso dall'eleganza imbattibile) e Keira Knightley (sposina novella alle prese col migliore amico del consorte) più coloriti personaggi "secondari". Basta tale congrega per mandare in visibilio le masse. Ma la cosa, per fortuna, non si ferma qui. Il film si sviluppa seguendo in maniera sensata le tante storie parallele che lo compongono, e che nell'ultimo quarto d'ora finiscono per convergere nello stesso punto, dimostrando che in gran parte erano tra loro legate. A partire da Cinque Settimane Prima Di Natale, d'improvviso qualcosa finisce, per alcuni; per tutti, altro ha da iniziare. E' un crescendo, coi ritmi, la tempistica, le luci, le coincidenze, le sfortune e le meraviglie che fanno di una storia una perfetta favola natalizia.
Non fate l'errore di pensare, però, che sia soltanto una gradevole sbrodolata romantica con happy end collettivo allo scoccare della mezzanotte del 24 dicembre. No, perché non tutte queste storie intrecciate sono destinate, sorprendentemente, a chiudersi con they lived happily ever after (o almeno per un po') : il bello del film è che resta sempre un margine di realismo. Non è detto niente per nessuno. E ciò che ben finisce pareggia i conti con la tristezza che rimane. Come succede davvero, no? E' ottimismo, fondamentalmente, l'idea che questo love actually sia sul serio all around - un'idea che ogni tanto puoi anche permetterti di accarezzare, soprattutto durante festivi slanci di romanticismo.
E le chicche? Beh, ho stravisto per l'improvvisata musicale al matrimonio iniziale, per esempio, con Seal, coro e musicanti in borghese che intonano a sorpresa all you need is love dei Fab Four (e ho pensato: questa sì che è un'ottima trovata!). Oppure il Primo Ministro che balla attraverso le sale del 10th di Downing Street sulle note di jump for my love delle Pointer Sisters; o ancora, sfilate di portoghesi curiosi, presidenti lumaconi, collane scambiate con cd di Joni Mitchell, bambine di dieci anni che cantano Mariah Carrey facendole invidia, e consapevoli sputtanamenti da cui potremmo anche prendere spunto. E secondo voi quella dell'essere innamorati è o non è una totale agonia? Se pure un decenne si pone di queste domande siamo ormai alla frutta...
E' tutto. 
Mi volevate, signori e signore? Benissimo, eccomi qua. Con il dovuto ritardo, a due settimane dalla fine delle vacanze e a poche ore di distanza dall'inizio del nuovo anno accademico, del tirocinio, dell'autunno. Perdonatemi. La volta scorsa vi avevo lasciato con un'anteprima sul posto odierno, e almeno in parte mi ci atterrò: stasera parlo di libri - più precisamente di tre romanzi che ho letto nel giro di questi ultimi due mesi e che mi sono rimasti particolarmente addosso. Sono Romantica di Barbara Gowdy, L'eleganza del riccio di Muriel Barbery e Solo pane di Judi Hendricks; tutti e tre al femminile, tutti 'commedie' ma con differenti sfumature, dalla commedia 'drammatica' a quella 'brillante' passando per una certa via di mezzo dalle tinte filosofiche; tutti con un preciso filo conduttore, un tema portante, un luogo d'azione e un periodo, per così dire, storico; tutti scritti in prima persona. E tutti che oscillano tra flashbacks e presente. Approfondendo...
Romantica: indubbiamente il più melanconico, vi avverto; la trama è triste, ma il tono con cui l'autrice narra le vicende di Louise ed Abel ha un che di ironico che smorza il tragico. Siamo in Canada, a cavallo tra gli anni '6o e i gloriosi '7o, e nella casa a fianco di quella in cui vivono Louise e suo padre (rimasti soli dopo che la bellissima Helen, la madre, se n'è andata) si trasferisce la famiglia Richter: due coniugi d'origine tedesca con un figlio adottivo, Abel, che ha la stessa età della protagonista. Attraverso digressioni volte a descrivere la condizione di "emarginati" dei due bambini - l'una tendenzialmente asociale e con il retaggio d'eleganza di Helen, l'altro tedesco e per questo "ammazzaebrei" - la Gowdy, nei panni di Louise, racconta il loro progressivo avvicinamento, le scorribande alla discarica dove creano un covo segreto, l'amicizia complice che con la crescita si trasforma, soprattutto per lei, in qualcosa di molto più forte e rischioso. Abel ricambia, in una maniera tutta sua, strana, evanescente, discontinua, un atteggiamento che costringerà Louise a rincorrerlo sempre, per poterlo riafferrare, anche a distanza di molto tempo, anche dopo tutto quel che è successo nell'estate dei loro diciassette anni, anche con altre storie per le mani: perché Hell-Louise ama tantissimo questo Abelard che suona il pianoforte in locali fumosi, che ha una madre fuori dal comune, che le manda lettere con stralci di poesie di Rimbaud e disegni, che sparisce, che tradisce, che è disperatamente bello e già segnato, che beve troppo. Non è una storia allegra e reca in sè un'evidente vena di follia, uno sbandamento che riflette quello generale di quegli anni - la cui atmosfera è quasi toccabile. Però è una storia intensa, ciascun personaggio ha qualcosa da dire: Helen Grace con la sua bellezza irrequieta, il padre e la silenziosa signora Carver con il loro incontro, la compunta Alice, il dimenticabile Don Shaw, Troy troppo buono e troppo affezionato. La crudezza di Louise nel vedere il mondo e il fascino morente di Abel ti rimangono in testa, e Vancouver con i suoi cieli freddi e i suoi appartamenti descritti in maniera quasi sgranata. E ora non aspettatevi che vi lanci un abbocco per capire il finale.
L'eleganza del riccio: qui lo scenario è un quartiere chic dell'ancor più chic città di Parigi, un condominio signorile in Rue de Grenelle. Da ventisette anni Renée Michel, vedova cinquantaquattrenne che non è quel che appare, ne è la portinaia e la custode, la testimone delle vicende umane dei suoi nobili inquilini; nemmeno Paloma Josse, dodicenne disincantata ed eccessivamente intelligente, è quel che sembra - o meglio, non è quel che anche lei, come madame Michel, si sforza di apparire: sono due clandestine all'interno di un mondo patinato, superficiale e ipocrita in cui, sicuramente, una concierge di bassa leva che legge Tolstoj e guarda film d'essai, e una ragazzina ricca che riflette con distacco filosofico sulle cose meditando il suicidio non sarebbero minimamente contemplate. Allora Renée sfoggia la sua migliore espressione ottusa davanti alle boriose dames del palazzo e Paloma si mediocricizza in famiglia e in pubblico, arrese all'evidenza della situazione e convinte che non cambierà mai niente e che saranno sempre costrette a nascondersi. Ma un giorno un elegante giapponese di mezz'età, Kakuro Ozu, si trasferisce nel grande appartamento al terzo piano, e da quel momento niente sarà come prima. Ci saranno frasi rivelatrici, inviti a cena, discussioni artistiche, toilettes che suonano il Confutatis di Mozart, incontri decisivi in portineria, camelie sul muschio e pioggia d'estate - e sia Renée che Paloma inizieranno a risalire la china dalla quale si sono lasciate scivolare spontaneamente. Muriel Barbery dispone le sue carte con un aplomb inequivocabilmente francese, muove la sua eroica portinaia tra elucubrazioni ecumeniche e momenti esilaranti e densi; fa transitare sulla scena un nutrito gruppo di esemplari più o meno tipici dell'alta borghesia, caricaturizzandoli se necessario, elogia il Giappone in ogni sua forma ed espressione. E regala un finale che sorprende. Purtroppo.
Solo pane: dulcis in fundo, il terzo dei tre, quello che più mi è piaciuto. Non sarà filosofeggiante, non sarà esistenzialista, ma è quello in cui più mi sono ritrovata, il più quotidiano. Certo, io non sono stata buttata fuori di casa da un marito fedifrago dopo sette anni di matrimonio, né ho lavorato per un'estate nella boulangerie Guillaume in un paesino della Francia centrale - e me ne dolgo assai: però gli sfaceli alcolici con l'amica più cara, le delusioni telefoniche, gli esasperanti cinguettii materni, le serate ovattate in un pub con la musica nelle orecchie, i risvegli impazziti e le amicizie dolcemente ambigue sono tutte cose a me ben note. Wynter Morrison è sempre stata "di qualcuno" - la figlia prediletta, la moglie perfetta - finché messer David Franklin non le spiattella in faccia il suo desiderio di non volerla più accanto e la sua relazione con la Bionda Bionica aka Kelley. A quel punto a Wyn non resta altro da fare se non cambiare città (dalla California assolata all'invernale Seattle), cambiare aria, cambiare totalmente vita: rispolverando la sua genuina passione per il pane fatto in casa trova lavoro alla Queen Street Bakery e trascorre le notti impastando e infornando assieme alla veterana Linda, scontrosa e rozza e innamoratissima del proprio impiego. Senza badare all'amica CM, che le offre di abitare con lei, Wyn prende in affitto un piccolo cottage che rimoderna e rende un bozzolo confortevole, e piano piano, ricadendo a tratti nella furiosa nostalgia per David, imbocca una strada nuova. La Queen Street, a dirla tutta. C'è l'Uomo di Transizione, Gary, che vorrebbe 'averla nella sua vita' e c'è Mac, barista che scrive a tempo perso; c'è la madre Johanna, ancora piacente e amante delle cose belle, ci sono Diane, Ellen, Tyler e Jen della Bakery, c'è l'intramontabile CM. E c'è il pane, soprattutto, in ogni forma e variazione possibili, che col suo profumo e la sua consistenza e la sua creazione aiuta Wyn a riafferrare ciò che aveva perso: se vorrete provarci anche voi, troverete persino le ricette, a sorpresa, tra i capitoli. Canzoni intramontabili di Ella Fiztgerald, Crosby, Bob Dylan e Jackie Wilson scandiscono i passi, assieme alla neve e agli stridii di freni della vecchissima Elky di Mac - e rendono questo libro incredibilmente umano e pieno di calore, una 'commedia brillante' che non si limita a fare il suo dovere e che rivela un inno sincero al cibo più antico del mondo.
E' tutto.
Vi dico che sono imperdonabile perchè non ho più aggiornato un benemerito. Sarà che si è rivelata essere un'estate particolarmente frenetica, questa, o che non ho trovato argomenti poi così interessanti da propinarvi. In realtà, propendo più per la prima risposta. E il peggio è che mica sto per scrivere un post succoso, no!: vi devo informare che domani parto per Bruxelles (trasferta con le Griottine per il nostro primo concerto extra-nazionale) e che non ho quindi in programma di scrivere almeno fino al 19 agosto. Ma prima di ripartire e terminare le vacanze a Barcellona, lo prometto, vi delizierò con un articoletto - di cui vi anticipo gli argomenti.
» la recensione ai romanzi Effervescente naturale (Wendy Holden); Romantica (Barbara Gowdy); L'eleganza del riccio (Muriel Barbery).
» considerazioni sull'ultimo album di M.me Carla Bruni, Comme si de rien n'était (di cui adoro particolarmente L'amoureuse).
E poi, chissà: magari scoverò qualche fashion-novità impossibile da eludere. Nel frattempo, godetevi questo Ferragosto e portate a termine l'estate nel miglior modo possibile!
E' tutto. 
Lo dicono tutte le riviste di moda, online et cartacee: lo stile corsaro è tornato alla ribalta. Soprattutto per l'estate che, si spera, ormai è in procinto di esplodere.
Il maggior esponente della suddetta tendenza, a giudicare dalle sfilate che ho visto, è Jean Paul Gaultier: lo stilista francese ha mixato pezzi su pezzi per creare un revival pirateggiante che salta decisamente all'occhio. E che fa la giuoia di tutte coloro che si vestono comunque così - dacché in questo modo hanno più probabilità di trovare senza sforzo i capi che desiderano. Da JPG (che non è un formato immagine) han preso il via alcuni sottofiloni dal vago sapore bucanieresco. Ad esempio, c'è che consiglia un look a base di grandi cappelli, cinture di cuoio, minigonne e ballerine pied-à-terre per improvvisarsi corsare di città. E non è che sia male, in effetti. Ma il vero pirateggiare nell'armadio dovrebbe ispirarsi a quello proposto dal buon vecchio JPG, secondo me. Date un'occhiata:
I capi chiave sono: •maglie e bluse stravaganti, magari a righe •gilet in pelle o color pelle (che non vi portan via pure il rivestimento del portafoglio) •camicie dalle ampie or ampissime maniche a sbuffo •cinture alte e dalle fibbie ben evidenti •gonne a ruota che arrivino alla caviglia (a righe anche quelle, se volete, però ricordate: mai abbinare due pezzi fantasia!) •pantaloni al ginocchio, stretti o bombati, con bottoni laterali o semplici, in toni naturali •cappelli larghi in stoffa morbida o paglia •foulards al collo o in testa a mo' di fascia (non troppo appariscenti) •stivali di cuoio, possibilmente con risvolto e senza tacco •in alternativa, scarpe basse e un po' vissute, come vessate da sole e acqua salata.
Ora, non è necessario abbigliarsi con tutta questa roba addosso nello stesso momento. Si possono anche abbinare uno per uno a indumenti normali, anonimi, come un paio di jeans slim o una canotta di cotone a costine. Insomma, vi basti sapere gli 'ingredienti': poi lo stile uno se lo crea per conto suo. E così dovrebbe essere sempre et comunque.
Mh. Sto effettivamente cominciando con le mie tirate sulla moda, sperando che la faccenda non vi infastidisca. E' che è una cosa che adoro - come se non si fosse notato. Ed essendo stata da poco a vedere Sex and the City capirete come mi si sia riaccesa la scintilla mirandiadica. Io non ho mai seguito la serie per intero, né assiduamente, ma ho gradito molto il film. Aspettatevi una commedia al femminile all'insegna del fashion niuiorchese e dell'ironia pungente, uno spaccato di vite quarantenni con lati ordinari e lati esagerati, poiché dubito che in casi normali una farebbe un servizio fotografico su Vogue in occasione del suo matrimonio, e tantomento riceverebbe in dono (spese di spedizione comprese!) uno stratosferico abito da sposa di Vivienne Westwood inviato dalla Vivi in persona. Voglio dire, un minimo di realismo. Si sa, tuttavia, che ci piace sognare & sospirare sulle poltroncine dei cinema, e poi uscire in strada a fine proiezione e sentirsi un po' Carrie, un po' Miranda, un po' Charlotte, un po' Samantha per il resto della serata. Quindi sappiate che quei 5 euro che spenderete non saranno buttati via. Se andrete a vederlo, beninteso. Ritroverete le quattro 'ragazze cresciute' e i loro scintillanti casini, i loro uomini da perdere e riconquistare, i loro brindisi al Cosmopolitan e la loro amata City - mentre qui, al massimo, possiamo fare Rum and the Citybike, rigorosamente in abiti corsari.
E ci va benissimo così.
E' tutto. 
It's been a while, come si dice in questi casi.
Prima di scrivere questo post ho voluto finire di vedere una serie di cui vi voglio parlare. Un drama, per la precisione - il che spiega il titolo, che altrimenti potrebbe destare qualche preoccupazione. E' da un paio di mesi che mi sono vagamente appassionata ai telefilm giapponesi, e a due (gli unici due che ho seguito per intero) in particolare: Nodame Cantabile e Hanakimi. Oddei, ho usato il rosa.
Nodame Cantabile: lo ammetto, riguardo a questo drama sono tremendamente di parte. Trattasi della storia di un aspirante direttore d'orchestra, Shinichi Chiaki, e di una bizzarra pianista, Megumi Noda detta "Nodame". E 'bizzarra' forse è dire poco. Una ventiduenne pasticciona, disordinata, che urla gyaboh e mukya come se niente fosse, che non sa cucinare, che riesce a ridursi in stati pietosi passando giorni e giorni china sul pianoforte senza lavarsi né mangiare, e che non manca mai di professare, in modi fin troppo esuberanti, l'amore che prova sin dall'inizio per il suddetto Chiaki, suo senpai all'Accademia Musicale Morigaoka e condomino. Chiaki che è il suo esatto opposto: preciso, metodico, perfezionista, scontroso, intransigente, tendenzialmente freddo - eppure stranamente tollerante quando si tratta della sua rumorosa vicina di casa. Due persone così diverse che uno non scommetterebbe un centesimo arrugginito su di loro. Ma entrambi sono ricchi di un eccezionale talento in musica, e il progressivo intrecciarsi delle loro esistenze li porterà a cambiare, a sperimentare, a conoscere, a superare ostacoli. Perché Nodame non si è mai impegnata con serietà, minimizzando la sua passione per il piano, e Chiaki ha soffocato il suo desiderio di dirigere da quando un incidente aereo lo ha shockato al punto da impedirgli di lasciare il Giappone e recarsi a studiare in Europa. Intorno a loro, una coloratissima cerchia di personaggi che contribuiranno a questa 'crescita' e che matureranno a loro volta: l'ardente Mine, la fiera Kyora, il posato Kuroki, il maestro Stresemann, il travolgente Masumi, i ragazzi della S-Oke e della RS-Oke, il terribile Eto-sensei. Tutti musicisti e tutti con qualcosa da insegnare e da imparare. Attraverso prove, concerti e concorsi, sulle note della Settima di Beethoven, della Prima di Brahms, della Rapsodia di Gershwin, del Concerto n° 2 di Rachmaninoff e di molti altri brani meravigliosi, la trama si sviluppa come una partitura d'orchestra in 11 episodi fino al gran finale - che proprio 'finale' non è, considerato che la storia prosegue in uno Special diviso in due parti. Prima di spoilerare su questo, però, sarà bene che vi vediate la serie principale, se ho stuzzicato la vostra curiosità. Alcuni dettagli tecnici: il drama è tratto dall'omonimo manga di Ninomiya Tomoko, e va detto che si mantiene piuttosto fedele all'originale; gli attori sono bravi, nessuno escluso, e trasmettono l'immenso trasporto di chi suona, e anche solo di chi ama la musica in ogni sua forma. O sarò io che li sento dannatamente vicini a me. Non mancano i deliri, le romanticherie, i momenti in cui trattenere il fiato. E se volete saperne ancora di più, vi consiglio questo sito: http://nodamecantabileresource.blogspot.com/
Hanakimi: titolo abbreviato di 'Hanazakari no kimitachi e'. Sì, in effetti sarebbe stato un po' troppo lungo da pronunciare. Qui rispetto a Nodame siamo su tutto un altro pianeta. Niente orchestre, niente colonna sonora fatta di pezzi classici, niente talentuosi direttori o strane pianiste, bensì un'ampia ghenga di liceali (maschi) che frequentano l'Osaka Gakuen, celebre per i suoi studenti di bell'aspetto. Attraenti, e completamente fulminati. Sono suddivisi in tre dormitori, capeggiati da Megumi Tennoji (capitano del n° 1, quello che accoglie i fanatici delle arti marziali), da Oscar M. Himejima (guida del n° 3, la patria dei gentiluomini) e da Minami Nanba (boss del n° 2, covo di variegati pazzoidi). E' in questo luogo consacrato al fancazzeggio creativo che giunge dagli USA Mizuki Ashiya, protagonista della serie, lì per conoscere il suo idolo di salto in alto, Izumi Sano. Ma l'Osaka è un liceo maschile, e Mizuki è una ragazza: il fascino del "gender bender" colpisce ancora, e funziona alla grande. Spacciandosi per quel che non è, l'eroina del drama si accaparra vitto e alloggio nel Dormitorio Due, finendo in stanza con Sano in persona e cominciando una man-life assolutamente imprevedibile. Mentre tenta di convincere il compagno a riprendere a saltare - attività che aveva abbandonato in seguito ad un incidente - e a sciogliere piano piano, con qualche difficoltà, la scorza dura che s'è costruito addosso, Mizuki si trova impelagata in improbabili sfide tra dormitori, in feste danzanti ad alto tasso di follia, in complicate relazioni umane, in competizioni sportive e in sclerotici lavori estivi di gruppo, rischiando spesso di veder smascherata la sua identità e salvandosi sempre per il rotto della cuffia. Scoprirà che il bel dottore del liceo (Hokuto Umeda, orgogliosamente gay) ha capito subito che lei è una donna, fronteggerà orde di fangirls impazzite e reporters a caccia di scoop, verrà a sapere che il suo amico Shuichi Nakatsu la ama (pur credendola un uomo). E s'innamorerà di Sano. Per quanto diverso sia, in molti punti, dal manga da cui è tratto, Hanakimi è una serie da non perdere, secondo me, perché è frizzante, divertente e perfettamente condensata nelle sue 12 puntate.
Il sito da cui prendere i torrents per il download degli episodi di entrambi i drama è: http://www.sars-fansubs.com/
Per stasera concludo qui, hearties. E' tutto. 
Ho ancora le mani spellate da quanto ho applaudito oggi al Comunale. Ultimo giorno di rappresentazione per la Carmen di Bizet nella sua versione 'originale'. Bellerrima. Vi riporto la descrizione dal sito del teatro, pari pari:
"A distanza di quindici anni dall’ultima edizione, il popolare capolavoro di Georges Bizet torna in un nuovo, spettacolare allestimento - coprodotto con il Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia - firmato da Carlos Saura, il regista di Carmen Story, ispirato visivamente alle stampe di Gustavo Doré per il Viaggio in Spagna del Marchese di Davillier. Sul podio il Direttore principale del Maggio Zubin Mehta. L’opera viene presentata nella sua versione originale con i dialoghi parlati, secondo l’uso dell’Opéra-Comique, teatro nel quale andò in scena con grande scandalo il 3 marzo 1875."
Ora, so che magari è un po' inutile starne a parlare adesso che le performances sono terminate, però se vi interessa potreste sempre cercare i dvd con la registrazione - in qualunque negozio che venda articoli di musica classica, come La Fenice in via Santa Reparata a Firenze. Non aspettatevi scenografie pompose e dettagliate: l'impianto scenico era scarno, minimale, geometrico, tutto basato su sfumature di luce e differenti combinazioni dei pannelli per dare l'idea di a) il paese b) le montagne c) la piazza dell'arena - e ovviamente delle diverse ore del giorno. Creato appositamente, credo, per far risaltare i magnifici costumi. Avrei venduto un rene per avere in dono quelli di lei, Carmen, uno per ogni atto, sempre nei toni del rosso scarlatto. Le coreografie erano arruffate, non esattamente precise, ma di una potenza e di una travolgenza uniche: l'inizio del II atto, per esempio, con le due danzatrici di flamenco (una in total-white e l'altra in total-black) che aprono la scena in simmetria, la rouge Carmen in mezzo a loro; oppure la sfilata della corrida, con l'intera squadriglia di Escamillo. Bravi a cantare e bravi a recitare. José era tremendamente credibile nella sua supplica/minaccia/disperazione finale, e lei sprezzante e provocante al punto giusto, con la sua voce arrochita. La chicca: il battaglione di ragazzini che passa marciando per annunciare il cambio della guardia, con una bambina favolosa a capeggiarli che usava la sua spada di legno come un direttore con la sua bacchetta.
E a proposito di direttori. Zubin Mehta e i maggiorchestrali non sono stati - ovviamente - da meno. Delicati e senza sbagliare un colpo, dalle nacchere ai timpani. L'Entracte del III è stata da sciogliersi sulle poltrone. Qui la chicca è stata offerta da Mehta stesso, che durante l'esecuzione gitaneggiante del II atto si è addirittura messo la bacchetta tra i denti per poter battere liberamente le mani a tempo! Beh, lui è uno che può.
Giusto per la cronaca, gli interpreti principali: Julia Gertseva nel ruolo di Carmen, Marcelo Alvàrez in quello di José, Ildebrando D'Arcangelo aka Escamillo e Inva Mula come Micaela. Oki, sto iniziando a essere noiosa. Ay, ay, toreador!
E' tutto. 
Benvenuti, mesdames e messieurs.
Finalmente riesco ad aprire - e riesco è una parola grossa, almeno finchè non vedo il risultato - questo tanto sospirato blog dei regali consigli. Ovvero un 'posto' in cui elargire suggerimenti e recensioni su tutto quel che conosco, che amo, che mi è piaciuto, che voglio condividere. Dalla moda ai film, passando per brani di classica ed eventi succosi. Se vi state chiedendo cosa diamine c'incastra il titolo, è presto detto: poco o nulla. Cour secrète de laurier (e cioè "corte segreta d'alloro") è un verso dell'unica canzone in francese che per adesso abbiamo composto con le Griotes, Zambra. Adoro l'immagine che evoca, il suono che ha a pronunciarlo, il senso di freschezza che comunica. Quindi siete invitati a rilassarvi, a mettervi comodi e a ficcanasare con discrezione in questo cortile odoroso - sperando di scrivere cose interessanti, neh.
Non credo che inizierò subito, perché è tardino, devo andare a farmi la doccia e a sbattere la capoccia contro le ante dell'armadio per decidere cosa indossare stasera. Poi penserò all'argomento del primo, vero post di quest'impresa.
E' tutto. 
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